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Como monumento Resistenza europea

"Enrico Berlinguer: l'uomo, i valori, la politica"

L'intervento del Presidente della Camera 10-06-2009
Montecitorio, Sala della Regina


Desidero rivolgere il mio saluto al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che onora con la sua presenza l’odierna manifestazione. Saluto inoltre Umberto Gentiloni, Giuseppe Pisanu, Carla Ravaioli, Alfredo Reichlin e li ringrazio per i contributi che si apprestano a fornire al convegno. Un saluto e un ringraziamento particolare desidero rivolgere ai figli di Enrico Berlinguer: Bianca, Laura, Marco e Maria. La figura del leader del Pci occupa un ruolo centrale nella storia della Repubblica. A venticinque anni dalla sua scomparsa egli va ricordato come un uomo 
che ha offerto un contributo fondamentale alla difesa e al consolidamento della democrazia in anni difficili e delicati per Italia. La sua personalità esprimeva una moralità, una serietà e un prestigio che produssero un grande consenso e una grande corrente di affetto nei militanti e nell’elettorato del Pci, imponendo nello stesso tempo la sua figura anche al rispetto e alla stima degli avversari politici. E, in quegli anni, non era una cosa scontata E’ difficile riassumere in breve l’ampiezza del suo pensiero, la forza della sua personalità e la complessità della sua azione politica. Di lui mi vengono in mente alcune istantanee forti e drammatiche. Come quelle del sequestro Moro, quando difese la politica della fermezza contro il ricatto brigatista, fornendo un grande apporto alla tenuta delle Istituzioni, e dell’Italia intera, in quello che è stato il momento più difficile della storia repubblicana. E non si trattò certamente di una scelta semplice, visto il rapporto di stima che lo legava allo statista democristiano e considerando anche il fatto che la strategia berlingueriana del cosiddetto compromesso storico si svolgeva in parallelo con l’idea morotea della “terza fase” repubblicana. Tra i due leader c’era il comune proposito di estendere la base dei diritti sociali del nostro Paese, in una visione inclusiva dello sviluppo che potesse contenere le tensioni sociali e propiziare l’allargamento della democrazia. A tanti anni di distanza, il giudizio storico su quella strategia continua a dividere gli studiosi. Ma si deve oggi onestamente riconoscere, con la serenità di uno sguardo obiettivo, che fu un tentativo generoso di favorire l’evoluzione della società italiana che andò al di là dei gravi limiti oggettivi allora imposti dalla situazione storica e dei processi non sempre positivi che quella strategia innescò all’interno del nostro Paese. Altra istantanea forte e drammatica è quella del XXV Congresso del Pcus, quando Berlinguer affermò dal palco le ragioni del pluralismo, della democrazia e della difesa della libertà individuale, destando scalpore nel movimento comunista internazionale e producendo quel famoso “strappo” da Mosca che provocò un lungo dibattito nella politica italiana ed europea. Un’altra rottura rispetto alla tradizione comunista il leader del Pci la compì nel 1981, quando annunciò che s’era “esaurita la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre”. E, sempre nel tentativo di affermare l’autonomia da Mosca, dobbiamo ricordare la sua condanna, nel 1980, dell’invasione sovietica dell’Afghanistan, ben diversamente da quanto fecero altri partiti comunisti occidentali. Queste ed altre circostanze, unite all’azione politica di Berlinguer, resero il Pci il più forte partito comunista dell’Europa occidentale e, nello stesso tempo, il più evolutivo e il più moderno. Su posizioni assai meno aperte erano attestati il partito comunista francese di Marchais o quello spagnolo di Carrillo. Proprio qui si apre una grande questione storico-politica. La domanda, che appassiona ancor oggi molti storici, è perché Berlinguer non impresse una svolta ancora più profonda e radicale alla linea del suo partito, come un’altra generazione di dirigenti comunisti avrebbe fatto all’inizio degli anni Novanta, sull’onda della caduta del Muro di Berlino e dell’implosione dell’impero sovietico. Ci si chiede insomma perché non ci fu, al tempo di Berlinguer, un evento che assomigliasse a una Bad Godesberg, una profonda revisione ideologica che potesse più compiutamente avvicinare il Pci alla grande socialdemocrazia europea di Helmut Schmidt, Francois Mitterand e Olaf Palme. So bene che la storia non si fa con i “se” e con i “ma”. E so altrettanto bene che occorre avvicinarsi sempre con il dovuto rispetto e la necessaria cautela ai grandi processi storici e ai protagonisti che li hanno determinati. L’azione di qualsiasi grande esponente della politica va sempre collocata nel suo preciso contesto storico e nell’infinità delle condizioni nazionali e internazionali che la determinano. Ma ritengo che una tale domanda, nel caso di Berlinguer, serva a farne risaltare ancor di più lo spessore politico e la capacità di visione strategica. Non ce la porremmo se non ci trovassimo di fronte, come appunto ci troviamo, a un uomo che ha scritto capitoli decisivi nella vita, non solo della sinistra, ma dell’intera politica italiana. E proprio in questo punto sta a mio giudizio la cifra complessiva dell’opera di Berlinguer. Quello che rimane maggiormente vivo del suo pensiero e della sua testimonianza. E’ l’insegnamento di un leader di partito capace di guardare al di là degli interessi di parte. E’ l’esempio di un leader della sinistra che ebbe sempre di mira una prospettiva nazionale e che, come tale, seppe inserire l’idea della promozione sociale dei ceti popolari in una visione che comprendesse l’interesse generale del Paese. Credo che la capacità di visione del leader del Pci sia possibile coglierla con particolare intensità nell’ultimo tratto del suo percorso umano e politico, quando lanciò il tema della questione morale. Non fu solo l’orgogliosa rivendicazione della presunta “diversità comunista”. Fu anche la capacità di guardare in profondità alle dinamiche in atto nella politica italiana, nel momento in cui si manifestavano le prime crepe nel rapporto di fiducia tra la politica stessa e la società. “Egli percepì acutamente e con ragione – ha scritto Massimo D’Alema – il rischio di una degenerazione del sistema politico. E ponendo la questione morale pose in realtà il problema della democrazia e delle sue basi di consenso e di legittimazione che si sgretolano se viene meno il nesso tra etica e politica”. Né possiamo dire che, nella questione morale sollevata da Berlinguer, fossero presenti valori riconosciuti soltanto dalla sinistra italiana. Nel richiamo al nesso tra etica e politica si esprime un più generale spirito repubblicano. E’ quello stesso spirito che anche oggi deve rimanere come valore condiviso tra i diversi schieramenti politici.

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