C’è una storia che racconta più di molte altre cosa significhi vivere da rifugiati. È quella di una famiglia con otto figli, che oggi vive in un campo profughi al confine tra il Myanmar e la Thailandia. Solo il primogenito è nato nel Paese d’origine, gli altri sette sono venuti al mondo nel campo, dopo la fuga dei loro genitori dieci anni fa, prima dell’ultimo colpo di Stato. La madre è riuscita a partire per prima, portando con sé suo figlio. Il padre, invece, ha attraversato il confine a piedi, camminando per sette giorni e sette notti per raggiungere la famiglia. Da allora vivono nel campo una quotidianità fatta di precarietà e rinunce, aggravata anche dalla riduzione degli aiuti internazionali.
“Da grande vorrei fare il medico”, racconta una delle figlie, Rosemary. “Così potrò tornare nel campo e aiutare chi ne ha bisogno. Qui l’assistenza sanitaria è carente”. La madre è l’unica che è riuscita a trovare occupazione in un campo agricolo, ma nonostante questo il cibo scarseggia sempre più e la famiglia non riesce a sostenere nemmeno le spese per l’istruzione dei propri figli, che desiderano studiare e frequentare la scuola.
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Con il progetto “Myanmar: vite dimenticate”, Fondazione Avvenire vuole essere accanto a famiglie come questa, offrendo un aiuto concreto per affrontare le necessità più urgenti e restituire una possibilità di futuro alle persone più vulnerabili.
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